La Casa come organismo vivente
I termini "Architettura
Bioecologica" o "Bioarchitettura" sono neologismi etimologicamente
pericolosi per la comprensione dellarea disciplinare a cui si riferiscono, inducono
infatti a ritenere che questa sia poco più di un settore, di una parte in qualche modo
specialistica dellArchitettura quando invece, nel nostro modo di affrontare la cosa,
pensiamo ad una radicale rilettura, una sorta di rifondazione dellArchitettura
stessa che ha origine da un vasto campo di ricerche fortemente interdisciplinari e
interconnesse. In questo senso il suffisso "bio" si riferisce, in modo molto
più ampio, alla auspicata presenza di "vita" in unarchitettura, ormai
ritenuta per diversi aspetti e da diversi punti di vista e soprattutto in Italia, sempre
più morente. Un altro equivoco è quello ingenerato dal diffuso abuso massmediale dei
termini "biologico", "ecologico" da cui nasce la convinzione che per
Architettura bioecologica si intenda semplicisticamente la simbiosi tra una disciplina
antica, larchitettura e una disciplina giovane, lecologia, questultima
usata come filtro per una attualizzazione assolutamente settoriale della prima, per altro
comunque auspicabile. Questa lettura è ovviamente per nulla rappresentativa della
complessità delle interazioni messe in gioco quando si pensa ad unarchitettura
fatta per la vita. Si potrebbe allora parlare forse più propriamente di architettura
olistica (dalla teoria secondo cui lorganismo è un tutto superiore alla semplice
somma delle parti) o più semplicemente di architettura naturale (nellaccezione di
conforme alla natura, secondo natura).
Questa
premessa è a maggior ragione significativa se collocata in un contesto di generale crisi
dellArchitettura e in essa di unaltrettanta grave crisi dellArchitetto.
Crisi di contenuti per lArchitettura, crisi di ruolo per lArchitetto.
Su
questi temi il dibattito culturale anche "alto" ha raggiunto in questi ultimi
anni toni spesso drammatici senza peraltro andare oltre linvettiva e la requisitoria
sterile. Nessuno è quasi mai sfiorato dal dubbio che allorigine della crisi
disciplinare che investe lArchitettura stia proprio il fatto che ormai nessuno
mette più al centro del proprio percorso progettuale la consapevolezza di lavorare per
luomo e per la sua salute psicofisica, di trasformare lambiente per
favorire la vita, di lavorare per lequilibrio dei rapporti sociali, ecc.
LArchitettura
è ormai autorappresentativa nel migliore dei casi, rappresentativa della sua
subalternità al mercato del peggiore.
La
nostra ricerca progettuale parte quindi dalla volontà di riportare al centro delle
riflessioni di chi vorrà affrontare questo percorso il rapporto tra lArchitettura e
la vita, questa intesa, con tutte le sue implicazioni, come scenario di relazioni
complesse ed in questo senso adottata come chiave di lettura di unattività umana,
quella di pensare la trasformazione del territorio per la costruzione dei luoghi
dellabitare, connaturata allesistenza delluomo, per questo
"naturale", e sempre strettamente legata alle sue vicissitudini.
Questa
attività coinvolge, alle diverse scale, diversi soggetti indispensabili al suo attuarsi
sia nel campo tecnico che nel campo operativo. Ognuno di questi soggetti porta con se, in
modo più o meno consapevole, un sempre più accentuato distacco tra il proprio mestiere,
la propria arte e i loro effetti sulla trasformazione dellambiente o meglio sulla
sua graduale distruzione. Il termine distruzione può sembrare eccessivo ma di questo si
tratta oggettivamente e credo che al di là della assuefazione generalizzata che ognuno di
noi ha rispetto al nuovo paesaggio che ci circonda e che continua ad evolvere
negativamente, nessuno, fermandosi a riflettere, possa confutare la drammaticità di
questa asserzione.
Al di
là dei richiami ormai scontati allo stato di grave crisi ecologica a cui luomo ha
portato la terra che lo ospita e, nello specifico, delle considerazioni sui connotati
particolarmente aggressivi di uno sviluppo urbanistico fortemente invasivo, basato sulla
quantità ma assolutamente privo di ogni qualità, è fondamentale acquisire la
consapevolezza che costruire è sempre e comunque un atto di violenza alla natura,
ledilizia infatti è una delle attività umane a più alto impatto ambientale.
Lindustria
delle costruzioni e tutto lenorme settore produttivo ad essa collegato
rappresentano, nei loro molteplici aspetti, un altissimo rischio ecologico. Questa
situazione di rischio si esplicita a tre livelli: il primo è quello del consumo sfrenato
di territorio voluto dalla speculazione edilizia e fondiaria, codificato da una
pianificazione urbanistica scellerata, avallato da una classe politica ancora oggi
compiacente. Strade, autostrade, zone industriali, commerciali e residenziali in continua
espansione, anche in presenza di una ormai più che decennale stasi demografica da un lato
e di una ormai ampiamente definita tendenza allo sviluppo immateriale, alla
terziarizzazione e alla informatizzazione di processi industriali e quindi ad una
potenziale riduzione delle superfici occupate, rappresentano ormai una situazione di vero
inquinamento urbanistico che è, in ultima analisi, la causa prima degli inquinamenti di
area, acqua, suolo, più combattuti solo perché più evidenti o più immediatamente
percepibili. Il secondo è quello della pericolosità delle tecniche costruttive e dei
materiali utilizzati oggi in edilizia: migliaia di prodotti per lo più sintetici a base
di sostanze petrolchimiche di riconosciuta tossicità che rendono un cantiere un impianto
produttivo ad alto rischio e laria che respiriamo tra le mura degli edifici molto
più inquinata di quella già pessima che respiriamo fuori.
Il
terzo è quello del consumo di energia, della distruzione di risorse, della produzione
incontrollata di scorie e rifiuti determinati dalle attività di costruire e abitare.
Tutto questo è stato reso possibile anche in seguito ad un progressivo distacco, voluto,
cercato, codificato nella fase culminante dellepoca industriale per razionalizzare e
rendere più controllabile il processo produttivo, tra luomo ed il senso e
leffetto delle sue azioni. Se in sostanza nellepoca preindustriale esisteva un
rapporto stretto tra vivere, produrre merci, trasformare il territorio e questo rapporto
era quasi sempre comprensibile a chi operava nei termini di una leggibilità fisica del
percorso della propria attività e quindi del suo senso (pianto alberi, li taglio al
momento di massima crescita, ne faccio travi e tavole che uso per costruire tetti e solai,
oppure cavo argilla, la impasto le do forma attraverso stampi, la faccio essiccare o
cuocere e con i mattoni prodotti faccio muri) oggi questo non avviene più. Le azioni sono
separate, larticolazione del processo produttivo ha raggiunto livelli impensabili,
le merci non hanno più nessun rapporto diretto con il territorio in cui vengono prodotte
e con quello in cui vengono utilizzate e daltro canto ogni attività perde
progressivamente senso e leggibilità per chi la esercita.
E
questo modello di produzione e di sviluppo che oggi deve essere profondamente mutato. Chi
opera nel settore edilizio deve riprendere consapevolezza del proprio ruolo e della
complessità degli effetti che le sue scelte e il suo operare determinano sugli equilibri
di un ecosistema ormai quotidianamente aggredito. Fin dalle attività apparentemente più
insignificanti, ogni scelta può essere messa in discussione secondo nuovi criteri
sottoponendola ad una verifica di compatibilità ambientale non certo o non solo secondo
parametri o norme esterne ma principalmente assorbendo alcuni comportamenti nel proprio
stile di vita e di lavoro. Tutto ciò perché la consapevolezza ormai sempre più diffusa
del livello insostenibile dellinquinamento atmosferico, delle acque, del suolo
causato da un numero sempre maggiore di materiali che quando vengono prodotti, usati e
smaltiti emettono sostanze altamente tossiche e nocive si traduca in un globale
ripensamento dei modi di produrre fino ad oggi praticati e considerati come irrinunciabili
dai modelli cultuali dominanti.