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Architettura Naturale

Bioecologica   Bioclimatica    Geopatologie   Impianti    Materiali   Strategie progettuali

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La Casa come organismo vivente

Bassorilievo su carta pesta di Rocco CalandrielloI termini "Architettura Bioecologica" o "Bioarchitettura" sono neologismi etimologicamente pericolosi per la comprensione dell’area disciplinare a cui si riferiscono, inducono infatti a ritenere che questa sia poco più di un settore, di una parte in qualche modo specialistica dell’Architettura quando invece, nel nostro modo di affrontare la cosa, pensiamo ad una radicale rilettura, una sorta di rifondazione dell’Architettura stessa che ha origine da un vasto campo di ricerche fortemente interdisciplinari e interconnesse. In questo senso il suffisso "bio" si riferisce, in modo molto più ampio, alla auspicata presenza di "vita" in un’architettura, ormai ritenuta per diversi aspetti e da diversi punti di vista e soprattutto in Italia, sempre più morente. Un altro equivoco è quello ingenerato dal diffuso abuso massmediale dei termini "biologico", "ecologico" da cui nasce la convinzione che per Architettura bioecologica si intenda semplicisticamente la simbiosi tra una disciplina antica, l’architettura e una disciplina giovane, l’ecologia, quest’ultima usata come filtro per una attualizzazione assolutamente settoriale della prima, per altro comunque auspicabile. Questa lettura è ovviamente per nulla rappresentativa della complessità delle interazioni messe in gioco quando si pensa ad un’architettura fatta per la vita. Si potrebbe allora parlare forse più propriamente di architettura olistica (dalla teoria secondo cui l’organismo è un tutto superiore alla semplice somma delle parti) o più semplicemente di architettura naturale (nell’accezione di conforme alla natura, secondo natura).

Questa premessa è a maggior ragione significativa se collocata in un contesto di generale crisi dell’Architettura e in essa di un’altrettanta grave crisi dell’Architetto. Crisi di contenuti per l’Architettura, crisi di ruolo per l’Architetto.

Su questi temi il dibattito culturale anche "alto" ha raggiunto in questi ultimi anni toni spesso drammatici senza peraltro andare oltre l’invettiva e la requisitoria sterile. Nessuno è quasi mai sfiorato dal dubbio che all’origine della crisi disciplinare che investe l’Architettura stia proprio il fatto che ormai nessuno mette più al centro del proprio percorso progettuale la consapevolezza di lavorare per l’uomo e per la sua salute psicofisica, di trasformare l’ambiente per favorire la vita, di lavorare per l’equilibrio dei rapporti sociali, ecc.

L’Architettura è ormai autorappresentativa nel migliore dei casi, rappresentativa della sua subalternità al mercato del peggiore.

La nostra ricerca progettuale parte quindi dalla volontà di riportare al centro delle riflessioni di chi vorrà affrontare questo percorso il rapporto tra l’Architettura e la vita, questa intesa, con tutte le sue implicazioni, come scenario di relazioni complesse ed in questo senso adottata come chiave di lettura di un’attività umana, quella di pensare la trasformazione del territorio per la costruzione dei luoghi dell’abitare, connaturata all’esistenza dell’uomo, per questo "naturale", e sempre strettamente legata alle sue vicissitudini.

Questa attività coinvolge, alle diverse scale, diversi soggetti indispensabili al suo attuarsi sia nel campo tecnico che nel campo operativo. Ognuno di questi soggetti porta con se, in modo più o meno consapevole, un sempre più accentuato distacco tra il proprio mestiere, la propria arte e i loro effetti sulla trasformazione dell’ambiente o meglio sulla sua graduale distruzione. Il termine distruzione può sembrare eccessivo ma di questo si tratta oggettivamente e credo che al di là della assuefazione generalizzata che ognuno di noi ha rispetto al nuovo paesaggio che ci circonda e che continua ad evolvere negativamente, nessuno, fermandosi a riflettere, possa confutare la drammaticità di questa asserzione.

Al di là dei richiami ormai scontati allo stato di grave crisi ecologica a cui l’uomo ha portato la terra che lo ospita e, nello specifico, delle considerazioni sui connotati particolarmente aggressivi di uno sviluppo urbanistico fortemente invasivo, basato sulla quantità ma assolutamente privo di ogni qualità, è fondamentale acquisire la consapevolezza che costruire è sempre e comunque un atto di violenza alla natura, l’edilizia infatti è una delle attività umane a più alto impatto ambientale.

L’industria delle costruzioni e tutto l’enorme settore produttivo ad essa collegato rappresentano, nei loro molteplici aspetti, un altissimo rischio ecologico. Questa situazione di rischio si esplicita a tre livelli: il primo è quello del consumo sfrenato di territorio voluto dalla speculazione edilizia e fondiaria, codificato da una pianificazione urbanistica scellerata, avallato da una classe politica ancora oggi compiacente. Strade, autostrade, zone industriali, commerciali e residenziali in continua espansione, anche in presenza di una ormai più che decennale stasi demografica da un lato e di una ormai ampiamente definita tendenza allo sviluppo immateriale, alla terziarizzazione e alla informatizzazione di processi industriali e quindi ad una potenziale riduzione delle superfici occupate, rappresentano ormai una situazione di vero inquinamento urbanistico che è, in ultima analisi, la causa prima degli inquinamenti di area, acqua, suolo, più combattuti solo perché più evidenti o più immediatamente percepibili. Il secondo è quello della pericolosità delle tecniche costruttive e dei materiali utilizzati oggi in edilizia: migliaia di prodotti per lo più sintetici a base di sostanze petrolchimiche di riconosciuta tossicità che rendono un cantiere un impianto produttivo ad alto rischio e l’aria che respiriamo tra le mura degli edifici molto più inquinata di quella già pessima che respiriamo fuori.

Il terzo è quello del consumo di energia, della distruzione di risorse, della produzione incontrollata di scorie e rifiuti determinati dalle attività di costruire e abitare. Tutto questo è stato reso possibile anche in seguito ad un progressivo distacco, voluto, cercato, codificato nella fase culminante dell’epoca industriale per razionalizzare e rendere più controllabile il processo produttivo, tra l’uomo ed il senso e l’effetto delle sue azioni. Se in sostanza nell’epoca preindustriale esisteva un rapporto stretto tra vivere, produrre merci, trasformare il territorio e questo rapporto era quasi sempre comprensibile a chi operava nei termini di una leggibilità fisica del percorso della propria attività e quindi del suo senso (pianto alberi, li taglio al momento di massima crescita, ne faccio travi e tavole che uso per costruire tetti e solai, oppure cavo argilla, la impasto le do forma attraverso stampi, la faccio essiccare o cuocere e con i mattoni prodotti faccio muri) oggi questo non avviene più. Le azioni sono separate, l’articolazione del processo produttivo ha raggiunto livelli impensabili, le merci non hanno più nessun rapporto diretto con il territorio in cui vengono prodotte e con quello in cui vengono utilizzate e d’altro canto ogni attività perde progressivamente senso e leggibilità per chi la esercita.

E’ questo modello di produzione e di sviluppo che oggi deve essere profondamente mutato. Chi opera nel settore edilizio deve riprendere consapevolezza del proprio ruolo e della complessità degli effetti che le sue scelte e il suo operare determinano sugli equilibri di un ecosistema ormai quotidianamente aggredito. Fin dalle attività apparentemente più insignificanti, ogni scelta può essere messa in discussione secondo nuovi criteri sottoponendola ad una verifica di compatibilità ambientale non certo o non solo secondo parametri o norme esterne ma principalmente assorbendo alcuni comportamenti nel proprio stile di vita e di lavoro. Tutto ciò perché la consapevolezza ormai sempre più diffusa del livello insostenibile dell’inquinamento atmosferico, delle acque, del suolo causato da un numero sempre maggiore di materiali che quando vengono prodotti, usati e smaltiti emettono sostanze altamente tossiche e nocive si traduca in un globale ripensamento dei modi di produrre fino ad oggi praticati e considerati come irrinunciabili dai modelli cultuali dominanti.